Appena realizzò ciò che aveva visto sul confine tra cielo e terra, Leyla sentì un bruciore al collo, simile alla puntura di un ago. Poi, il buio la avvolse completamente.
Per sua fortuna, la dose di sedativo era minima, sufficiente solo a farla svenire quel tanto che bastava per riportarla a terra senza complicazioni.
Quando riprese conoscenza, si trovò seduta su un sedile consumato ma sorprendentemente morbido. Confusa, si sentì però sollevata nel constatare che non aveva manette ai polsi. Non ricordava nulla di quanto accaduto sulle imponenti mura che aveva sfidato con audacia, ma non ebbe tempo di indugiare: la realtà la colpì con forza, costringendola a concentrarsi su ciò che l’attendeva.
Capì subito di trovarsi su un furgone blindato, diretta verso un destino dietro le sbarre. Di fronte a lei, una guardia dall’aria austera impugnava un manganello elettrico, pronta a ogni evenienza. Leyla non aveva alcuna intenzione di sfidarla: nessun piano di fuga, nessuna dimostrazione di forza. Solo la consapevolezza che opporsi avrebbe complicato tutto.
Era iniziata una nuova fase della sua avventura, una che avrebbe richiesto tutto il suo coraggio e la sua astuzia per sopravvivere.
Il veicolo si fermò davanti a un bastione imponente, un terrapieno pentagonale rivestito di pietra. Dall’alto, quattro torri laterali ospitavano le sagome immobili di soldati armati, inattive ma minacciose, a guardia di un varco carico di inquietudine.
Due gendarmi aprirono il portellone posteriore e, con un cenno, le intimarono di scendere.
Dalla guardiola emerse una sentinella, lo sguardo severo. Le afferrò il polso e, con un dispositivo laser, scandì il braccialetto che Leyla indossava. Un suono metallico vibrò nell’aria, diverso da qualsiasi altro avesse mai udito: preannunciava l’eccezionalità di ciò che stava per accadere.
Oltre la soglia, Leyla fu accolta da un ambiente opprimente. Fu scortata lungo corridoi lugubri, lastricati di pietra scura, con soffitti a travi incassate che creavano profondi cassoni. Le pareti grezze erano percorse da fessure equidistanti da cui filtrava una luce fioca e tremolante.
Alla fine del percorso, una massiccia porta di quercia dal sapore medievale bloccava il cammino. Era decorata da borchie e incorniciata da torce agganciate a candelabri di ferro. Uno degli uomini fece scorrere un chiavistello e, con fatica, spinse la porta, facendola gemere sui cardini arrugginiti.
Oltre la soglia si apriva un pozzo oscuro e senza fondo. Una scala a chiocciola in ferro, corrosa dal tempo, si avvitava lungo le pareti di roccia, priva di corrimano. Qua e là, vecchie lampade a carburo emettevano un bagliore fioco e instabile.
Istintivamente, Leyla fece un passo indietro, ma il gendarme alle sue spalle la spinse con forza sulle spalle, costringendola ad avanzare.
Il dolore fu un’eco lontana. Tutta la sua concentrazione era assorbita dallo sforzo di non cedere alla paura. Spingeva la spalla contro il muro per non perdere l’equilibrio, mentre un vento gelido risaliva dalla cavità sottostante, pizzicandole la pelle. Uno sguardo verso il basso le gelò il sangue, rendendo ancora più incerti i passi.
Un pensiero lucido squarciò la coltre di paura.
Questi sono completamente fuori di testa… Dove mi stanno portando?
Più scendevano, più il freddo le mordicchiava mani e volto, intorpidendoli. Giunti alla base, si trovarono davanti a tre imponenti portoni in quercia, rinforzati da borchie e serrature antiche.
Davanti a quello di destra, un gendarme tirò fuori un mazzo di chiavi legate da un anello ruvido. Scelse la più lunga, in ferro battuto, e la inserì nella toppa. La porta si aprì con un sinistro stridio.
Con una spinta brusca, Leyla fu quasi catapultata all’interno, avvolta da un buio pesto.
Si strinse nelle spalle, percorsa da un brivido che le scendeva dalla nuca ai piedi. Il tunnel ricordava una miniera abbandonata: stretto, scavato nella roccia viva.
Alla fine, sbucarono in una stanza ampia, divisa da sbarre in quattro celle. L’unica luce proveniva da una lanterna appesa all’ingresso, il cui bagliore a stento raggiungeva i cancelli.
Leyla guardò intorno, sopraffatta dal silenzio e dalla desolazione.
Non mi aspettavo un hotel a cinque stelle, ma questo è sadismo puro. Da Edenlost città alla fogna… Prigioniera ero, prigioniera resto. Ti fanno capire che, se esegui gli ordini, puoi avere qualche lusso, altrimenti, questo è il risultato, pensò.
La scaraventarono dentro una cella e richiusero il cancello con uno scatto secco. Poi si allontanarono, scomparendo nell’ombra da cui erano arrivati, lasciandola sola.
Leyla rimase immobile, le mani strette alle sbarre, finché il rumore dei passi non si dissolse. Intorno a lei, solo tenebra e un silenzio greve che le serrava il petto.
«C’è qualcuno? Mi sentite?» gridò, e la sua voce rimbalzò contro le pareti della grotta.
A destra, una figura barcollante emerse dall’ombra.
«Abbassa la voce! Mi hai fatto prendere un colpo! Stavo dormendo da dio!» esclamò una voce maschile.
Leyla aguzzò la vista, e solo quando il ragazzo si avvicinò alle grate riuscì a distinguerlo. Sembrava un sedicenne afroamericano, slanciato, con lunghi dreadlocks che spuntavano da un cappello di lana lavorato all’uncinetto.
«Ti conviene coprirti, se non vuoi congelarti,» osservò il giovane, notando i denti di Leyla battere per il freddo.
«Ma con cosa?» mormorò, rendendosi conto che era un pezzo di ghiaccio.
«Cammina lungo le sbarre a destra. In fondo troverai una stuoia e qualche coperta.»
Leyla avanzò a tentoni, una mano sulla grata, l’altra davanti a sé.
«Non ci vedo un accidente! Sono pazzi!»
«Non sprecare fiato. Dovrai abituarti.»
Raggiunse la parete, gelida e viscida.
«Che schifo… Che posto infernale è questo?»
Trovò un telo, se lo avvolse addosso e tornò verso il ragazzo, piena di domande.
«Grazie per l’aiuto. Tu chi sei? Ci terranno qui per sempre?»
«Edward,» disse, porgendole la mano attraverso le sbarre.
«Io sono Leyla. Scusa se non mi sono presentata, sono ancora sotto shock.»
«Tranquilla. All’inizio succede a tutti. Perché ti hanno sbattuto qui? Non sembri il tipo ribelle.»
«Ho rotto il naso a una che se lo meritava,» rispose, evitando di menzionare la zipline. «E tu? Siamo soli?»
«Per ora sì. Sono finito qui perché ho parlato troppo.»
«Cosa hai detto di così grave?»
«Ero in bici e ho fatto un volo. La testa ha sbattuto contro il marmo. Quando ho ripreso i sensi, ho ricordato chi ero. Mi è piombata addosso la verità: Edenlost non è casa mia, è una prigione.»
Si interruppe, cercando una reazione. Non vedendola, riprese a parlare.
«Come un idiota, ho cominciato a urlare. I gendarmi mi hanno tramortito e quando mi sono risvegliato, ero qui.»
«Mi dispiace… E adesso cosa pensi succederà?»
«Non ne ho idea. Prima di cadere, credevo che questa fosse la mia vita. Adesso penso solo a mia madre, ai miei fratelli, a chi si chiede se sono vivo o morto. E parlo con te senza sapere se posso fidarmi.»
Leyla gli toccò il braccio, stringendolo con empatia. «Puoi fidarti. Anche io ricordo. E non siamo soli.»
✦✧✦✧✦ 𝓛𝓮𝔂𝓵𝓪 ✧✦✧✦✧
Il sogno è finito, inizia l’incubo. Cosa faresti se ti svegliassi in una cella senza via d’uscita?
Scrivilo qui sotto!



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