Urban Fantasy & Dystopian Sci-Fi

Banner con la protagonista Leyla, copertine dei libri di Alexandra Kathleen Blade e ambientazioni della saga Edenlost

Taylor scopre Leyla seduta a terra dietro uno scivolo in un parco deserto, senza stampelle.

«Tesoro, calmati. Raggiungiamo Sean: devi decidere in fretta, il tempo stringe. Taylor crede che tu sia a casa, pronta con le stampelle. Se vuoi tornare a Edenlost, fallo prima che arrivi, o sarà troppo tardi. Ora vieni, andiamo.»

Evelyn le prese la mano e la condusse verso Sean, che stava già issando l’ancora con gesto deciso.

Durante la traversata, un’aria sospesa avvolgeva l’imbarcazione come una coperta spessa. Ognuno era immerso nei propri pensieri, tra memorie taglienti e incognite sul futuro imminente.

Una malinconia leggera, quasi tangibile, aleggiava nell’aria. Nessuno osava spezzare quel fragile equilibrio. Sean aveva lasciato il timone a Evelyn e si era spostato a prua, in bilico tra le sartie, lo sguardo fisso all’orizzonte. Leyla si era accoccolata accanto alla madre, la testa poggiata sulla sua spalla. Ogni tanto si sollevava, donandole un bacio o un sorriso abbozzato.

Il mare era piatto, una distesa liscia come vetro. Non spirava nemmeno un alito di vento.

Alle loro spalle, Island of the Moon si era dissolta senza rumore, svanita così com’era apparsa: un’illusione effimera, inghiottita nel nulla. Segno che erano riusciti a lasciarla in tempo. Come se l’universo stesso avesse deciso di premiarli per la loro determinazione.

Man mano che si avvicinavano alla costa, le luci delle case in lontananza brillavano, come lanterne in un paesaggio da fiaba.

Leyla non ebbe bisogno di parole per comprendere ciò che passava nella mente della madre. Uno sguardo breve, la fronte appena aggrottata, bastavano a dire tutto. Era giunto il momento.

Con voce incerta e occhi lucidi, Leyla ruppe il silenzio.

«Ho pensato a ogni possibilità. Ho sperato in una via di mezzo, in qualcosa che mi permettesse di restare con te. Ma… non c’è. Non davvero. Devo tornare a Edenlost.»

Stringeva con forza il braccio della madre, come se trattenendola potesse fermare il tempo.

«Non posso ignorare ciò che sono. Voglio essere all’altezza del mio dono, del mio compito. Voglio che tu, la nonna, e tutte le donne appartenute alla nostra famiglia possiate essere fiere di me. Non potrei sopportare l’idea di aver voltato le spalle a chi ha bisogno. Ma non ce la farò senza di te. Mamma, prestami la tua forza.»

Le lacrime scendevano copiose, e un tremito le scuoteva le spalle.

Evelyn la strinse forte, colma di dolcezza.

«Vieni qui, amore mio. Non hai idea di quanto io sia già fiera di te. Hai dentro una luce che pochi possiedono. Sei nata per fare la differenza, ed è per questo che sei stata scelta. Non dimenticarlo. Le prove più difficili spettano a chi può superarle.»

Le accarezzò i capelli, restando abbracciata a lei.

«Ti sarò accanto, sempre. Non devi preoccuparti per noi: sento che troveremo un modo per rimanere in contatto.»

Leyla la guardò, titubante. «Ma come puoi esserne così sicura?»

«In passato non hai mai dubitato delle mie intuizioni. Non farlo ora, tesoro.»

Dopo un lungo respiro, Leyla annuì. «Hai ragione. Ho deciso. Ma… mi serve ancora un momento. Voglio restare ancora un po’ con te, assorbire fino all’ultima goccia della tua energia.»

Il viso rigato dalle lacrime si aprì in un sorriso dolce e infantile.

«Sei incredibile, Leyla. Anche per questo ti adoro. Pochi riescono a piangere e scherzare nello stesso tempo.»

Si strinsero in un abbraccio, sorridendo tra lacrime e gioia, come se quel momento potesse durare per sempre.

Evelyn, con voce ferma ma piena d’amore, sussurrò: «Ti capisco. Ma conviene che ti ricarichi in fretta. Ho il sospetto che Taylor sia già lì fuori ad aspettarti. E se scopre che non ci sei…»

«…non avrò più tempo per tornare indietro,» concluse Leyla, con un filo di voce. «Lo so. Ma se questo è il prezzo per restare qui ancora un attimo con te… allora lo pagherò volentieri.»

Intanto, Taylor si trovava già davanti all’ingresso.

«Leyla?»

La tattica del cartoncino infilato nello stipite da Adam si era rivelata un successo: la porta era rimasta socchiusa dalla notte precedente. Eppure, Taylor, con educata cautela, bussò altre due volte prima di spingerla piano.

«Boh… magari non mi sente. Forse è in bagno?»

«Leyla! Sono Taylor. Posso entrare?»

Silenzio.

Con una leggera spinta all’uscio, Taylor fece capolino nell’appartamento.

Strano… le stampelle sono lì, accanto al letto. Credevo le usasse anche in casa.

Il letto era disfatto, le tapparelle abbassate. La cucina, invece, appariva intatta, ordinata com’era la sera prima: segno che non aveva fatto colazione.

«Leylaaa? Mi senti? Sto entrando!»

Nell’open space non c’era traccia di vita. Anche il bagno, con la porta appena accostata, era immerso nel silenzio. La tensione salì.

«Sta diventando inquietante…» mormorò.

«Leyla? Sei lì dentro? Per favore, rispondimi. Mi stai facendo preoccupare.»

Avanzò con cautela, spingendo la porta del bagno con la punta della sneaker. Allungò la mano verso l’interruttore.

Un clic. La luce si accese.

Vuoto.

Non ha senso. Tutto è al suo posto, tranne lei. E senza stampelle non può essere andata lontano.

Camminava avanti e indietro nella stanza, le dita intrecciate dietro la testa, parlando a voce alta come per darsi ordine.

«Devo ragionare. Niente panico. Ma… è ovvio: qualcuno deve averla portata via. È l’unica spiegazione! Maledetti gendarmi… pagherete per questo! Devo avvisare Adam, subito.»

Dopo un’ultima occhiata rapida alla stanza, uscì di corsa.

Stava percorrendo a grandi passi il viale pedonale che portava al Meeting Center, quando qualcosa attirò la sua attenzione. All’altezza dell’area giochi, in genere deserta a quell’ora, notò una sagoma a terra dietro lo scivolo.

Rallentò d’istinto.

Aveva la sensazione che qualcuno fosse lì, nascosto.

Senza esitare, scavalcò la staccionata e raggiunse in fretta quel punto.

Quando i suoi occhi si posarono su di lei, si immobilizzò. Restò a fissarla, scosso, quasi incapace di credere a ciò che vedeva.

«Hai intenzione di continuare a guardarmi come se fossi un fantasma?» disse Leyla, forzando un tono scherzoso, anche se il cuore le martellava in gola.

Mentre parlava, lo scrutava attentamente: giacca di pelle nera, t-shirt bianca a V che lasciava intravedere il profilo scolpito del torace, jeans stretti. Perfetto. Troppo perfetto. E decisamente furioso.

«Che diavolo ci fai qui?» esplose Taylor.

«A dire il vero… non ne ho idea. Forse sono sonnambula?» rispose, cercando di sdrammatizzare.

«Spiritosa, eh?» ribatté lui, irritato. «Risparmiami queste scemenze e dimmi come sei arrivata fin qui!»

I suoi occhi brillavano, un misto di rabbia e incredulità.

Leyla trattenne il fiato. Doveva spiegare. «Va bene, ma ti prego: cerca di non perdere la pazienza. Ti racconterò tutto.»

O almeno… quello che posso, pensò.

Spolverandosi qualche filo d’erba dai vestiti, si alzò.

Taylor la fissò, ancora più sconcertato. «Aspetta… ma come fai a stare in piedi senza stampelle?»

Leyla portò una mano alla fronte, cercando in fretta una scusa. «Non è come sembra. Ti spiegherò anche questo, promesso. Ma adesso… ti prego, aiutami a rientrare. Fingi che mi stia reggendo a te. Non posso attirare attenzioni.»

Si avvicinò, sfiorandogli il braccio. Il profumo del suo dopobarba le riempì i sensi.

Taylor rimase in silenzio un istante. Poi, con sarcasmo tagliente: «Hai pure il coraggio di chiedermi aiuto? A guardarti sembri un’attrice: reciti da manuale.»

Leyla arrossì, la vergogna che le mordeva il volto.

«Ti prego… non qui. Non adesso. Abbassa la voce, potrebbero sentirci.»

Leyla distolse lo sguardo, esitante.

Taylor la fissò ancora con rabbia, poi le tese il braccio con un gesto secco.

«Appoggiati. Ma non credere che basti a sistemare tutto.»

✦✧✦✧✦ 𝓛𝓮𝔂𝓵𝓪 ✧✦✧✦✧

Niente stampelle, niente scuse, solo uno sguardo furioso che pretende risposte. Il ritorno a Edenlost è iniziato nel peggiore dei modi. Secondo voi, qual è la prima bugia che Leyla userà per salvarsi? Commentate con la vostra ipotesi!

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