Sean sentì un brivido. Questa volta toccava a lui. Il terrore dell’altezza, risalente a un vecchio incidente col deltaplano, riaffiorava come un’onda nera. Davanti a loro, un ponte di corda, lungo e sospeso nel vuoto. Una struttura fragile, con legni crepati e assi instabili, distanti tra loro. Trenta metri fino all’altra sponda. Venti metri sopra un fiume in piena. Non era solo un ponte: era il confine tra coraggio e paura.
Sean impallidì. Il volto sembrava svuotato.
«Mi dispiace… non ce la faccio.»
Evelyn valutò la situazione. Ogni passo avrebbe richiesto sangue freddo. Sean era scosso, minuscole gocce di sudore gli scivolavano lungo il collo.
Evelyn guardò la mappa, chiuse gli occhi. Poi capì.
«Le prove,» disse, «sono le nostre fobie. Brenda ha affrontato l’acqua. Ora tocca a te con l’altezza, Sean. E la mia…»
Sean e Brenda la fissarono, aspettando che finisse la frase, ma lei restò muta, già immersa in un turbine di pensieri.
Con la tensione che saturava l’aria, unirono le forze per trovare la strategia migliore, quella che li avrebbe fatti superare il secondo ostacolo senza rischiare di cadere nel fiume impetuoso.
Si assicurarono la fune in vita, legandosi l’un l’altro. Evelyn si piazzò in mezzo, pronta a intervenire.
Fu Brenda ad aprire la cordata. Sean, paralizzato dalla paura, non avrebbe potuto guidarli. La tensione era tale che Evelyn lottava contro il panico. Le immagini dell’abisso sottostante danzavano nella sua mente, alimentando l’ansia.
Brenda avanzava con più sicurezza di quanto avesse immaginato, affrontando ogni tratto con determinazione. Al contrario, Sean si bloccava di continuo, rabbrividendo così forte da trasmettere le oscillazioni ai corrimani.
La paura, alimentata dall’adrenalina, dava a Evelyn la forza per spronarlo.
«Dai, Sean! Concentrati solo su dove metti i piedi, poi alza lo sguardo davanti a te!» urlò sopra il fruscio del vento e il sinistro scricchiolio delle assi.
Avevano attraversato appena un terzo del ponte quando le oscillazioni aumentarono, come se il ponte volesse metterli alla prova.
«Sean, cosa succede?» chiese Evelyn, cercando di mantenere la calma, anche se il cuore le martellava nel petto.
Lui era fermo, come una statua di marmo: pallido, gli occhi fissi nel vuoto, paralizzato dalla paura.
«Non… non ce la faccio…» mormorò terrorizzato.
«Certo che puoi! Raggiungeremo l’altra sponda in un attimo,» replicò Evelyn, sapendo che quelle parole avevano il sapore amaro dell’illusione. Tentò di scuoterlo, ma inutilmente. Doveva trovare un nuovo piano, e in fretta.
«Brenda, sciogli il nodo e prosegui da sola!» ordinò con voce ferma.
«Assolutamente no! Non vi lascerò!»
«Per favore, Brenda, non è il momento di discutere. Ascolta: una volta dall’altra parte, potrò concentrarmi su Sean. Ti prometto che non lo lascerò indietro.»
Capendo che Evelyn non sarebbe riuscita a convincerla, Sean trovò la forza che credeva perduta e, con un filo di fiato spezzato dall’agitazione, esortò la moglie: «Fai come dice, tesoro… per favore.»
L’ansia cresceva a ogni passo di Brenda. Ogni scricchiolio del ponte li teneva col fiato sospeso. Quando toccò terra ferma, Evelyn provò un attimo di sollievo, ma bastò uno sguardo a Sean perché quella sensazione si dissolvesse.
Oh Dio! Sta peggio di prima.
«Sean, resisti! Non possiamo arrenderci! Guarda, tua moglie è dall’altra parte, sana e salva,» cercò di convincerlo, senza successo.
Allora Evelyn alzò la voce, come per rimproverare un bambino. «Basta! Non puoi abbandonare la missione. Se non lo fai per Leyla, fallo almeno per Brenda. Non possiamo lasciarla sola!»
«Santo cielo, Sean! Dobbiamo raggiungerla!» urlò ancora più forte.
Quelle parole lo scossero abbastanza da fargli sollevare lo sguardo.
«Così va meglio. Ora tieni lo sguardo fisso su di me, ignora tutto il resto. Ti guiderò io, passo dopo passo.»
Sean annuì, mostrando un piccolo segno di ripresa.
Le grida di Brenda si mescolavano al vento, un’eco di puro coraggio.
Evelyn avanzava, voltandosi a ogni passo per controllare Sean.
Poi, a un soffio dalla riva, l’asse sotto i suoi piedi si spezzò. Il vuoto le si aprì sotto.
Scivolò.
La fune la trattenne. Sean resistette allo strattone, il corpo teso come un arco.
Evelyn rimase appesa nel vuoto, le gambe sospese, le mani serrate su una tavola che gemeva sotto il suo peso. Sotto di lei, il fiume in piena ribolliva, chiamandola con voce crudele.
Tutto dipendeva da Sean.
Bastava un gesto. Afferrarla. E l’avrebbe salvata.
Ma il terrore lo paralizzava: i muscoli rigidi, il fiato corto, i piedi che vacillavano sull’asse incrinata.
Evelyn lo fissava. Nei suoi occhi paura e speranza si fusero, come lame che tentavano di spezzare il ghiaccio che lo bloccava.
«Sean…» sussurrò. «Ti prego…»
Il vento sibilava nelle orecchie, un avvertimento tagliente. Sean si mosse. Lentamente. Una mano esitante, le dita che tremavano a un soffio da lei.
Ogni respiro faceva vibrare il ponte. La tavola gemeva, prossima a cedere.
Brenda, dall’altra parte, si coprì la bocca con le mani, gli occhi sbarrati. Impotente.
Il braccio di Sean oscillava. Le dita quasi a sfiorarla.
Evelyn trattenne il fiato. Tutto si fermò. Il vento. Il tempo.
Poi, il legno si spezzò.
Il vuoto la inghiottì.
Nessun grido. Solo la caduta.
✦✧✦✧✦ 𝓛𝓮𝔂𝓵𝓪 ✧✦✧✦✧
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