Urban Fantasy & Dystopian Sci-Fi

Banner con la protagonista Leyla, copertine dei libri di Alexandra Kathleen Blade e ambientazioni della saga Edenlost

Leyla con un accappatoio chiaro tiene una bambina addormentata sulle ginocchia, mentre due gemelli dai capelli rossi bevono cioccolata calda nel monolocale illuminato da luce calda.

Dopo che Helen ebbe lasciato l’abitazione, Leyla rimase in piedi al centro del monolocale, le spalle curve sotto il peso della giornata che le gravava addosso come un macigno. La frustrazione per l’episodio in biblioteca, le risate di Cassie e Tiffany, gli sguardi di scherno degli altri studenti: tutto le riaffiorava alla mente, come un’eco impossibile da zittire. Avrebbe voluto lasciarsi cadere sul letto, affondare il viso nel cuscino e sfogare la rabbia tra le lacrime. Ma non poteva permetterselo. Non ancora.

Con un sospiro profondo, si avvicinò al tavolo ed estrasse dalla tasca dei pantaloni la mappa di Edenlost. La distese con cura: i bordi sfilacciati tremolavano sotto la luce fioca della lampada. I suoi occhi si soffermarono sui dettagli intricati della città, una rete di strade che correvano fino alle alte mura, come a racchiudere un mondo a sé, protetto e isolato. 

«Wow… Edenlost è molto più grande di quanto immaginassi,» mormorò. «E finché non potrò muovermi liberamente, esplorarla resterà un sogno.»

Il ricordo delle risate di Cassie e Tiffany le pungeva ancora dentro, ma scelse di soffocarlo.

«Mi hanno sottovalutata,» mormorò tra sé, stringendo i pugni. «Avrò modo di farle ricredere.»

Prese un foglio, vi tracciò una serie di esercizi di riabilitazione e lo fissò alla parete con del nastro adesivo. Poi si cambiò, indossando una canottiera e dei pantaloncini.

Niente più scuse, pensò. Il tempo stringe.

«Se voglio migliorare in fretta, devo intensificare gli esercizi,» si disse, iniziando a muoversi con decisione.

Tanto era immersa nell’allenamento che perse la cognizione del tempo. Il sudore le scivolava lungo il corpo, i muscoli le bruciavano, ma non si fermava. Ogni movimento era un passo verso la libertà, verso il giorno in cui avrebbe camminato senza stampelle.

Avrebbe continuato ancora, se non fosse stato per un insistente bussare alla porta. Sobbalzò, il cuore in gola.

«Chi è?» chiamò, avvicinandosi con cautela.

Dall’altro lato, la voce rassicurante di Helen rispose: «Sono io. Ho portato degli ospiti speciali.»

Leyla aprì la porta e si trovò davanti tre bambini, con Helen alle loro spalle. Rimase senza parole. I loro volti, segnati dall’apatia, parlavano da soli: il trauma del rapimento e l’intervento al cervello avevano spento in loro ogni luce vitale.

La piccola Susy, quattro anni appena, era minuta ed esile. I capelli sottili le ricadevano sulle spalle come un velo. Rapita sei mesi prima, soffriva di mutismo selettivo: parlava raramente, e solo quando lo decideva lei. Spesso invocava la madre e poi si rifugiava nel pianto. Osservandola, Leyla sentì il cuore stringersi.

Accanto a lei c’erano i gemelli Red, soprannominati così per i riccioli fiammeggianti e le lentiggini. Avevano circa otto anni ed erano stati rapiti nello stesso periodo di Susy. Con loro la fame era una compagna costante, e nei loro occhi brillava un’avidità che rivelava privazioni profonde. Da poco avevano iniziato ad avere lampi di memoria della vita precedente, ricordi fragili, minacciati dall’ombra del famigerato «trattamento».

Leyla li accolse con calore. «Wow, che bella sorpresa! Potete aspettare un minuto? Vado a farmi una doccia, arrivo subito.»

Helen notò il suo aspetto sudato ma sorvolò con un sorriso indulgente. «Prenditi tutto il tempo che vuoi.»

Quando Leyla tornò, avvolta in un accappatoio e con i capelli nel turbante di spugna, sembrava rinata. «Ma che bei bambini!» esclamò, avvicinandosi. «Io sono Leyla, e voi?»

«Bob!» «Oscar!» risposero i gemelli all’unisono. Helen pronunciò il nome di Susy, e la bambina alzò appena lo sguardo. Quel piccolo gesto colpì Leyla. Più tardi, Helen spiegò: «È raro che Susy reagisca così. Deve aver percepito qualcosa in te.»

Leyla sorrise, sentendo un calore in petto. «Che ne dite di una bella cioccolata? Io ne ho proprio bisogno!» scherzò.

«Stai seduta, ci penso io!» disse Helen, andando in cucina.

Tornò poco dopo con un vassoio e quattro tazze fumanti. Il profumo dolce di cacao e cannella riempì la stanza. I gemelli si sporsero come se fosse nettare divino, mentre Susy osservava taciturna, con occhi pieni di meraviglia.

«Grazie, Helen!» esclamò Oscar. «Sembra deliziosa!»

«Attento, è calda!» lo avvertì lei, sorridendo. Bob imitò il fratello, soffiando sul bordo con aria concentrata.

Leyla, accanto a Susy, guardava la scena con affetto misto a malinconia. Per un momento, si concesse quella parentesi di normalità.

«Allora, Leyla,» disse Helen, sedendosi con l’ultima tazza, «come ti senti dopo tutto quest’allenamento?»

Leyla accarezzò i capelli di Susy, accoccolata accanto a lei.

«Stanchissima,» ammise, con voce spenta.

Le gambe le pulsavano. Le stampelle, appoggiate al muro, sembravano rimproverarla. Una parte di lei avrebbe voluto ignorarle. L’altra, più lucida, le ricordava perché erano lì. «Ma almeno oggi ho fatto qualcosa di utile.»

«Hai lavorato sodo,» disse Helen con ammirazione. «Ma non esagerare. Il recupero richiede tempo.»

Lei annuì, sorseggiando lentamente. «Lo so. Ma a volte mi sembra di non fare abbastanza.»

«Stai facendo molto,» rispose Helen. «Guarda Susy. Ha reagito a te in un modo unico. Questo conta. Puoi fare la differenza anche per altre persone.»

Leyla abbassò lo sguardo sulla bambina, che dormiva con la testa sul suo grembo. I capelli le coprivano il volto come un velo. Leyla spostò una ciocca, rivelando una guancia rosea e una bocca socchiusa in un’espressione di pace. Per un attimo, tutto il resto svanì. C’era solo Susy. E Leyla si sentì, inspiegabilmente, al sicuro. Il battito lento della bambina le cullava i pensieri. Il mondo poteva aspettare.

Intanto, i gemelli avevano finito la cioccolata e iniziavano a diventare irrequieti.

«Leyla,» disse Bob, «posso chiederti una cosa?»

«Certo.»

«Perché usi quelle cose?» chiese, indicando le stampelle. «Ti fanno male?»

Leyla rifletté. «No, non mi fanno male. Mi aiutano a camminare, perché le gambe non sono ancora forti. Ma sto lavorando per migliorare.»

«E funziona? Diventi più forte?» chiese Oscar.

«Sì,» rispose, «ogni giorno un piccolo passo. È come scalare una montagna: sembra impossibile, ma alla fine arrivi in cima.»

I gemelli annuirono, come se avessero appena scoperto un grande segreto. Helen li osservava con orgoglio.

«A proposito, sono passata anche per darti una bella notizia…» disse Helen, con gli occhi che brillavano. «Da domani potrai registrare le impronte digitali. Sarai libera di entrare e uscire quando vuoi.»

Leyla sollevò un sopracciglio, divertita. «E cosa vuoi in cambio di tanta libertà?»

«Niente! Solo che ogni tua bravata sarà a mio carico!»

Leyla scoppiò a ridere, un suono nuovo e liberatorio. Rideva con la gola e con gli occhi, come se qualcosa dentro si fosse sciolto. «Sicura di volerti assumere questo rischio?»

Helen le mandò un bacio con la mano, e Leyla sorrise ancora. Ma un colpo improvviso alla porta gelò l’aria.

«Chi sarà a quest’ora?» sussurrò, tesa.

Helen si alzò. «Resta qui, vado io.»

Aprì appena la porta.

«Adam?» disse sorpresa.

La luce fioca illuminava appena il suo volto. «Che ci fai qui?»

Adam scrutò oltre lei. «Volevamo assicurarci che fosse tutto a posto.»

Dietro di lui, nell’ombra, si intravedevano Simon e Taylor.

«Ah, ci siete anche voi!» disse Helen, cercando di alleggerire il momento. Poi si voltò verso Leyla. «Posso farli entrare? So che è tardi…»

Leyla, ancora in accappatoio, si tolse rapidamente il turbante. I capelli bagnati le ricaddero sulle spalle. «Certo,» disse con voce tremante.

Helen esitò un attimo, poi fece cenno. «Entrate, ma per poco. Leyla ha bisogno di riposo.»

I tre varcarono la soglia in silenzio. La luce calda della stanza li avvolse come un velo discreto. I loro sguardi incontrarono quello di Leyla, che si raddrizzò istintivamente sulla sedia, stringendo l’accappatoio più forte sulle spalle.

Il calore di poco prima si era dissolto, sostituito da una tensione quasi elettrica.

Sentiva le guance in fiamme. Si ritrovava davanti a tre persone, e ognuna di loro la metteva a disagio in un modo diverso. Adam che solo poche ore prima le era stato presentato sedeva ora accanto a lei. C’era qualcosa di paterno e rassicurante nella sua presenza, ma anche un certo imbarazzo: non voleva che la vedesse così vulnerabile.

Simon era in piedi, le mani affondate nelle tasche del giubbotto, lo sguardo incerto ma gentile. Lo ricordava per come l’aveva difesa, per lo sguardo pieno di una rabbia che non gli apparteneva, ma che in qualche modo la proteggeva.

E poi c’era Taylor. Appoggiato al muro, le braccia incrociate e lo sguardo serio, le trasmetteva un’energia strana. Non aveva detto una parola, ma Leyla percepiva la sua presenza come un peso sul petto. Bello da togliere il fiato, e per questo ancora più difficile da sopportare.

Adam si chinò verso di lei, parlando a bassa voce. «Come stai?»

«Bene,» rispose, la voce un po’ incerta. «Solo un po’ stanca… è stata una giornata intensa.» Tentò di sorridere, ma le labbra tremarono appena.

Per un istante regnò il silenzio. Poi Taylor si staccò dal muro, si avvicinò di qualche passo e, con un gesto rapido, tirò fuori dalla tasca una piccola tavoletta di cioccolato.

«È fondente,» disse. «L’unica medicina che non ha effetti collaterali.»

Leyla lo fissò, incerta, poi allungò la mano. Quando le loro dita si sfiorarono, fu un contatto breve, ma sufficiente a farle distogliere lo sguardo di scatto.

«Grazie,» sussurrò.

Simon fece un mezzo sorriso. «Se domani vuoi venire in biblioteca, ti ci portiamo noi. Cassie può anche trovare un altro posto dove lamentarsi.» Leyla lo guardò, sorpresa dalla naturalezza con cui lo aveva detto. C’era qualcosa di diverso in quel momento: non solo nelle parole, ma anche nei gesti e nei silenzi. Per la prima volta, qualcuno sembrava davvero schierarsi dalla sua parte.

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