✨ Un riflesso. Un segreto. Una presenza.
Leyla guarda nello specchio… e qualcosa si risveglia.
Non è più sola.
✦✧✦✧✦ 𝓛𝓮𝔂𝓵𝓪 ✧✦✧✦✧
Dal giorno in cui Leyla aveva ottenuto qualche risposta da Helen, le sue giornate erano tornate alla solita routine. Eppure, quelle poche informazioni avevano riacceso in lei una scintilla, riattivando il desiderio di conoscere il resto della storia. Non c’era stato un solo istante in cui la sua brama di sapere non avesse divorato ogni altro pensiero, come un’ombra persistente che non la lasciava mai.
Da diversi giorni, invece di trascorrere l’intera mattinata facendo esercizi a letto, Helen la aiutava ad alzarsi. Aggrappata al girello, Leyla attraversava la stanza da un capo all’altro, cercando di restare in piedi il più a lungo possibile Questa nuova routine le dava fiducia: presto avrebbe camminato da sola. Allo stesso tempo, però, rafforzava la sua determinazione a scoprire ogni dettaglio sulla sua vita a Edenlost. Ogni passo era una conquista, ma anche un promemoria di quanto ancora restava da comprendere.
Helen, ormai, conosceva Leyla abbastanza bene da intuire che una nuova esplosione era sempre dietro l’angolo. Leyla non era certo il tipo da accontentarsi di mezze verità, e Helen lo sapeva. Così, nel tentativo di evitare ulteriori tensioni, si sentì in dovere di rivelarle qualcosa in più.
«Sai, Leyla,» cominciò Helen, con un tono che voleva essere rassicurante ma che tradiva una certa esitazione, «è la prima volta che mi trovo ad assistere una nuova arrivata così grande. Quando siamo stati portati qui, eravamo tutti molto più piccoli. Alcuni appena nati, altri potevano avere al massimo quindici anni. Non lo abbiamo mai saputo con certezza, ma è facile dedurre che tu abbia circa vent’anni. Io, per esempio, non ricordo nemmeno il momento in cui sono arrivata. Mi hanno detto che ero ancora molto piccola, forse poco più di un anno.»
Leyla si bloccò, rapita dalle parole di Helen, come se ogni sillaba fosse un frammento di un puzzle che finalmente cominciava a ricomporsi. Non voleva perdere nemmeno un dettaglio, una parola che potesse aiutarla a comprendere meglio quel luogo misterioso e la sua vita passata.
«Ma perché per me è stato diverso?» chiese Leyla, la voce intrisa di curiosità. «Perché hanno aspettato così tanto per salvarmi dalle torture della mia vita precedente?»
Helen sospirò, come se avesse già previsto quella domanda. «Non lo so. Nemmeno a me sono state date tutte le spiegazioni, nonostante io sia tra le poche persone che riescono a comunicare con l’assistente personale di Uttermost.»
Vedendo Leyla pensierosa, Helen aggiunse con un tono più leggero: «Devo ammettere che sei una ragazza strana, diversa da quelle della tua età.»
Leyla la fissò, gli occhi pieni di interesse. «Cosa intendi per strana e diversa?»
Helen sorrise, quasi divertita dalla reazione. «Da quando ti sei svegliata, non c’è stato un giorno in cui non mi abbia bombardata di domande. Eppure, nonostante la varietà, le tue richieste sono sempre state ragionevoli e mirate a trovare spiegazioni logiche sulla tua vita a Edenlost. Non è una cosa comune.»
Leyla incrociò le braccia, l’espressione seria ma non offesa. «Helen, non ci vedo nulla di strano. Spiegati meglio.»
«Intendo dire che hai mostrato poco trasporto per le cose materiali,» continuò Helen, scrutandola con ammirazione. «Per esempio, mi ha colpita il fatto che non mi abbia mai chiesto uno specchio. Quando te l’ho portato, pensando alle ragazze della tua età, che lo usano decine di volte al giorno, mi hai detto che potevi farne a meno.»
Leyla scoppiò in una risata fragorosa, un suono che rimbalzò sulle pareti come una campana. «Helen, anche se mi hanno cancellato la memoria, il buon senso ce l’ho ancora,» rispose ironica. «Ti ho detto così perché, dopo aver scoperto cosa hanno fatto al mio cervello, mi sono chiesta spesso che aspetto potesse avere il mio volto. Non volevo rischiare di vedere riflessa una faccia sfigurata.»
Questa volta fu Helen a lasciarsi andare a una risata piena di comprensione, e il suo viso si illuminò di un calore genuino. «Non c’è dubbio, sei davvero unica, Leyla! Ma ora, toglimi una curiosità. Perché non mi hai mai chiesto il significato di questi braccialetti che porto ai polsi?»
Con un sorrisetto di superiorità, Leyla rispose in tono pungente: «Non hai mai voluto rispondere alle domande che riguardavano me, nonostante ti abbia implorata. Perché mai avrei dovuto sprecare il mio tempo interessandomi a te?»
Quelle parole colpirono Helen come una lama, affondando dritta nel cuore. Leyla, accortasi della reazione, cercò subito di stemperare la tensione con un’espressione più morbida. «Ma a questo punto, ti ascolto volentieri. Spiegami, sono tutta orecchie!»
Helen sollevò un braccio, mostrando i due braccialetti che cingevano il suo polso. «Uno è mio, l’altro è tuo. Te lo darò appena sarai pronta a lasciare la stanza.»
Leyla aggrottò le sopracciglia, con un interesse vivo. «Ammetto che ora sono davvero curiosa!»
«Tutti noi indossiamo lo stesso identico,» spiegò Helen, avvicinandoli agli occhi di Leyla. Erano ovali, spessi e rigidi, realizzati in titanio puro con una finitura lucida argento. Al centro, un piccolo display mostrava una serie di numeri che brillavano debolmente. «Vedi questo valore? A mezzanotte dell’ultimo giorno del mese, qualunque sia l’importo residuo, il conteggio si azzera e viene ricaricato con mille gettoni. Quei gettoni ti serviranno per acquistare tutto ciò di cui hai bisogno: cibo, vestiti e, se vorrai, qualche piccolo lusso.»
«Wow, fantastico! Sono finita nel paese dei balocchi?» esclamò Leyla, gli occhi che brillavano di eccitazione.
Helen sollevò le mani al cielo, esasperata. «No, Leyla! Non fraintendere! I mille gettoni sono il compenso per il lavoro che dovrai svolgere.»
«E che lavoro? Cosa dovrò fare?»
«Non lo so,» rispose Helen, con un tono che cercava di rassicurarla «non mi è stato ancora comunicato. Ora cerca di riposare. Ho ancora molte visite da fare, e oggi hai ricevuto fin troppe informazioni. Tranquilla, col tempo scoprirai tutto ciò che serve sapere.»
Helen si avviò verso la porta, ma prima di uscire si voltò ancora una volta. «C’è un’ultima cosa che voglio dirti prima di andare. Sei stata l’unica a rimanere paralizzata dopo l’intervento. Mi hanno spiegato che, per errore, sono stati toccati alcuni nervi che hanno compromesso temporaneamente la tua mobilità. Per fortuna, come stiamo vedendo, il danno è reversibile.»
«Se lo dici tu! Cercherò di convincermi che possiamo davvero chiamarla ‘fortuna’,» disse Leyla, alzando gli occhi al soffitto e stringendosi nelle spalle, esprimendo tutta la sua frustrazione.
Helen sorrise, un sorriso velato da un’ombra di preoccupazione, e uscì dalla stanza. La porta si chiuse con un lieve scatto, lasciando Leyla sola con i suoi pensieri. Il silenzio che seguì sembrò amplificare il peso delle domande che le affollavano la mente. Si guardò intorno, i braccialetti di Helen ancora impressi nella memoria, come un enigma sospeso in attesa di una risposta. Si chiese cos’altro l’aspettasse in quel luogo misterioso chiamato Edenlost, e un brivido le attraversò la schiena, un misto di inquietudine.
Leyla si sedette sul bordo del letto, lo sguardo perso nel vuoto. La stanza sembrava troppo ordinata, troppo silenziosa per contenere il caos che aveva dentro. Allungò la mano verso il comodino e prese lo specchio. Lo guardò, ma non cercava il proprio riflesso. Cercava un segno, una traccia, qualcosa che le parlasse del suo passato.
Una ciocca più chiara, quasi dorata, catturò la luce lunare. Non la riconosceva. Eppure, era sua. Quel dettaglio minimo le fece salire alla gola un fastidio sordo, una vertigine sottile: chi aveva deciso chi doveva essere adesso?
Spense la luce, lasciando che il buio le togliesse ogni distrazione. Prese la spazzola e cominciò a pettinarsi. Gesti meccanici, ripetuti, come se potesse riordinare i pensieri districando i capelli. Il ritmo la calmava. La isolava. Era una tregua.
Poi, il tremore. Lo specchio vibrò appena, ma bastò.
Leyla si irrigidì. Un istante dopo, la luce, fredda, improvvisa, irreale, esplose dal vetro come un respiro trattenuto troppo a lungo. Leyla gridò; un suono antico, viscerale, che veniva da un luogo dentro di lei che non sapeva nemmeno di avere.
Il bagliore cresceva. Non faceva rumore, ma sembrava avere un’intenzione. Un richiamo.
Leyla non aveva più paura. Solo una fame nuova, un’urgenza che non riusciva a nominare. Si avvicinò, attirata come da un sogno che ricordi al mattino ma non riesci a spiegare. Ogni passo era un’incertezza, ogni respiro una domanda.
Si fermò. Così vicina da percepirne il calore. Ma non era davvero calore. Era… una presenza.
«Chi sei?» sussurrò, sapendo che non avrebbe avuto risposta. «Cosa vuoi da me?»
Il vortice tremolò, come esitasse. E poi, in un battito, svanì.
Niente rumore. Niente traccia. Solo oscurità.
Leyla restò lì, immobile, il cuore che martellava e la mano ancora tesa verso il nulla. Per un lungo istante non seppe più se ciò che aveva visto fosse reale o solo il riflesso di qualcosa che dentro di lei stava cominciando a svegliarsi. Ma di una cosa era certa: NON ERA PIÙ SOLA.
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