Evelyn ha lasciato tutto alle spalle per inseguire una verità sepolta dal tempo. Saleen è solo l’inizio; tra pescatori diffidenti e pub pieni di leggende, ogni passo la avvicina a un mistero che potrebbe cambiare tutto.
✨ Scopri cosa si nasconde dietro il nome “Island of the Moon” e segui Evelyn in questa nuova tappa mozzafiato del suo viaggio.
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Evelyn, dopo aver ricevuto la rivelazione da sua madre, non aveva perso un solo istante. L’agitazione le aveva tolto il sonno, costringendola a passare l’intera notte in piedi a pianificare il viaggio. Non sapeva dove si trovasse Island of the Moon, né tantomeno come raggiungere il porto di Saleen, dove avrebbe dovuto cercare Mr. Sean e Mrs. Brenda. Di loro, per giunta, ignorava anche i cognomi.
«È tutto così strano,» mormorò, fissando il laptop aperto sul tavolo. «Ma ormai è troppo tardi per tirarmi indietro. Devo andare fino in fondo.»
Dopo ore di ricerche online, trovò finalmente il porto di Saleen. Un sospiro di sollievo le sfuggì quando scoprì che si trovava in Irlanda.
Almeno non devo attraversare mezzo mondo, pensò, sentendosi quasi rincuorata. L’Irlanda è vicina, raggiungibile senza visti o permessi complicati.
Ma su Island of the Moon, invece, non trovò nulla. Nessuna mappa, nessun riferimento. Il nulla cosmico.
Lo scoprirò una volta arrivata, pensò, cercando di zittire i dubbi che le turbinavano nella mente. «Prima devo trovare Sean e Brenda. Loro sapranno cosa fare,» mormorò, chiudendo il laptop con un gesto risoluto.
Prenotò il primo volo disponibile da Roma per la mattina seguente. Scrisse una lettera per la sua vicina, Pina, chiedendole di occuparsi della casa e indicando dove trovare le chiavi. Mandò anche un messaggio al suo editore, spiegando che era costretta a una partenza improvvisa e allegando il manoscritto appena terminato.
«Non preoccupatevi,» scrisse in entrambi i messaggi, cercando di suonare convincente, «vado a trovare dei parenti lontani. Mi farà bene staccare un po’. Non porterò il cellulare, ma vi contatterò appena possibile.»
Non specificò quanto sarebbe rimasta via. In realtà, non lo sapeva nemmeno lei.
Preparò uno zaino leggero, con solo l’essenziale. Non sapeva cosa l’aspettasse, ma era certa che viaggiare leggera fosse la scelta migliore.
Alle prime luci dell’alba, dopo aver sistemato ogni dettaglio, si concesse un’ultima meditazione. Chiuse gli occhi, concentrandosi su Leyla. Come sempre, sperò di percepire la sua presenza, di ricevere un segnale, un indizio. Ma ancora una volta, il silenzio.
Ciò che Evelyn ignorava era che, pur non riuscendo a comunicare telepaticamente con Leyla, sua figlia riceveva i messaggi nei sogni. E, nel limite delle sue capacità, ne faceva buon uso.
A mezzogiorno in punto, l’aereo atterrò a Dublino. Evelyn non perse tempo. Senza bagaglio da stiva, si avviò subito verso l’uscita, seguendo le indicazioni per la fermata del bus diretto a Saleen.
Salì sul primo autobus in partenza, senza una meta chiara se non quella che sentiva nel profondo.
L’odore acre del gasolio si mescolava a quello dell’umidità dell’aria. Il mezzo arrancava tra le curve della strada costiera, mentre Evelyn osservava il paesaggio che cambiava.
Dopo circa un’ora di viaggio, giunse al pittoresco porto del villaggio. Saleen era un luogo da cartolina, un borgo di pescatori con casette in pietra e barche colorate che ondeggiavano dolcemente sull’acqua. L’aria profumava di sale, mentre il rumore delle onde sugli scogli aveva qualcosa di ipnotico.
Chiedendo in giro, troverò Sean e Brenda, si incoraggiò, cercando di mantenere viva la speranza. Devono essere qui da qualche parte.
Scelse il primo hotel che trovò lungo la strada. Dopo aver completato il check-in, salì in camera per sistemare lo zaino e rinfrescarsi un po’.
«Mi piacerebbe sdraiarmi sul letto e riposare, ma non è il momento. Devo aggiungere almeno un altro tassello al mio puzzle», disse a voce alta, come se quelle parole potessero infonderle coraggio.
Tornò alla reception e chiese se ci fosse un pub dove bere una birra e magari scambiare due parole con la gente del posto. La receptionist, una donna dai capelli biondo cenere e il sorriso gentile, le indicò The Salty Anchor, definendolo «il cuore di Saleen».
Seguendo le indicazioni, Evelyn si incamminò lungo il viale che portava al porticciolo. Il vento le scompigliava i capelli, e l’odore di sale e pesce fresco le ricordò quanto fosse lontana da casa.
Deve essere questo! Si fermò vicino a un piccolo pub. Un suono ovattato di risate e bicchieri trapelava dalle pareti di legno scuro, mentre un odore di fumo e birra stantia si riversava fuori ogni volta che qualcuno apriva la porta.
Evelyn si avvicinò all’ingresso con esitazione, stringendo la giacca attorno al corpo infreddolito. Entrando dovette fermarsi un istante, per lasciare che gli occhi si abituassero alla luce soffusa, poi si voltò per scrutare l’ambiente.
Il locale era un trionfo di autenticità: il bancone in legno scuro, lucido per via degli anni e delle mani che vi si erano appoggiate; gli sgabelli alti con sedute consumate; le pareti adornate di vecchie foto in bianco e nero, attrezzi da pesca e bottiglie impolverate. Un fuoco scoppiettava nel camino, proiettando ombre danzanti sui tavoli di legno massiccio, attorno ai quali gruppi di avventori chiacchieravano con entusiasmo.
Evelyn si sentì subito avvolta da un’atmosfera quasi familiare, eppure, sotto quella coltre accogliente, avvertiva una sottile sensazione di estraneità. Gli sguardi curiosi dei presenti, che si voltavano appena per osservarla, le ricordavano che non apparteneva a quel posto.
Si strinse leggermente nelle spalle, quasi a proteggersi da quel senso di distacco, e si avvicinò al bancone con passo incerto. Il barista, un uomo robusto dalla barba grigia e dallo sguardo cordiale, la salutò con un cenno e per un attimo, Evelyn si sentì un po’ meno fuori luogo.
«Una birra, per favore,» disse, sforzandosi di sembrare disinvolta.

Mentre aspettava, scrutò i presenti: anziani dai volti segnati dal tempo che raccontavano storie con gesti ampi, giovani pescatori che ridevano di gusto, e qualche turista occasionale, anch’egli rapito dall’atmosfera. In un angolo, notò un uomo anziano con un berretto di lana e un maglione spesso. Aveva l’aria di chi conosce ogni segreto del villaggio.
Con la birra in mano, si avvicinò al suo tavolo.
«Mi scusi,» disse con voce ferma, cercando di apparire sicura, «sto cercando due persone: un Mr. Sean e una Mrs. Brenda. Sa dirmi dove potrei trovarli?»
L’uomo la fissò per un momento, i suoi occhi azzurri sembravano scrutarla nell’anima. Poi scosse la testa.
«Sean e Brenda, eh? Se sono quelli che penso io, vivono in una casetta vicino al faro, proprio in fondo al molo. Ma non li vedo da un po’.»
Evelyn annuì, ringraziandolo con un cenno. Bevve un altro sorso di birra, poi lasciò il pub, sopraffatta dall’impazienza di bussare alla porta di Sean e sua moglie.
Il cuore le batteva forte mentre percorreva il molo. La corrente fredda le sferzava il viso, e il rumore delle onde sugli scogli scandiva il ritmo dei suoi passi.
Si ritrovò davanti alla casetta descritta dall’anziano: era piccola, con il tetto in ardesia e una finestra da cui filtrava una luce soffusa. Una staccionata di legno, usurata dalla salsedine, delimitava un giardino dove fiori selvatici ondeggiavano nella brezza. Evelyn si fermò un istante per riprendere fiato, poi bussò con decisione.
Dopo qualche secondo, la porta si aprì appena, rivelando una donna sulla cinquantina, con un grembiule e un’espressione un po’ seccata, come se sapesse già perché Evelyn fosse lì.
«Se cercate Sean e Brenda, non sono in casa. Sono fuori città e non torneranno prima di domani sera,» disse subito, anticipando ogni domanda, con un tono rapido, come chi ha ripetuto quella frase più volte nel corso della giornata.
«Non prima di domani sera?» rispose Evelyn, aggrottando la fronte mentre un senso di delusione le serrava il petto.
«Proprio così, mi spiace,» confermò la donna, richiudendo delicatamente la porta.
Evelyn sapeva di non poter fare altro che aspettare. Salutò con un cenno e si allontanò, cercando di mascherare la tensione che quelle parole le avevano provocato.
Sulla via del ritorno, pensò che sarebbe stato meglio tornare al pub per distrarsi e far passare il tempo.
Quando rientrò, la maggior parte dei clienti rimasti erano anziani. Stavolta, più di uno la salutò con un cenno. Si sentì un po’ meno straniera rispetto al suo primo ingresso. Il barista, con un sorriso ospitale, le servì una birra e la invitò a sedersi allo sgabello di fronte. L’atmosfera conviviale le trasmetteva un senso di conforto.
Tra un sorso e l’altro, si lasciò coinvolgere dalle conversazioni dei suoi nuovi «amici» e accettò l’invito a unirsi a un tavolo con alcuni di loro. Pur immersa nei pensieri, non voleva sembrare scortese, così scambiò qualche parola sul fascino del luogo. Poi, quasi senza pensarci, fece una domanda.
«Mi piacerebbe visitare Island of the Moon. Sapete dirmi come posso arrivarci?»
Un boato improvviso la investì, partito da ogni angolo del locale. Le risa riecheggiarono nell’aria, lasciandola interdetta e confusa.
«Incredibile! Cosa ho detto di così assurdo da scatenare queste risate?» chiese Evelyn, spiazzata.
Più il suo volto si faceva perplesso, più le sghignazzate aumentavano, finché il proprietario del pub non intervenne per ristabilire un po’ d’ordine.
Seduto accanto a lei, un anziano marinaio dal volto rugoso e il berretto calcato sulla testa, le si avvicinò con un sorriso indulgente.
«Spero non se la sia presa per la reazione. Vede, Island of the Moon è avvolta da un alone di mito. Si dice sia scomparsa intorno all’anno 1000. Secondo la leggenda, dopo una brutale invasione e il massacro degli abitanti, Nettuno, il dio del mare, infuriato per tanta crudeltà, avrebbe fatto sprofondare l’isola nelle profondità dell’oceano, trascinando con sé anche gli invasori, esultanti per la loro vittoria. Da allora, non se n’è più avuta traccia.»
Fece una breve pausa, scrutandola con occhi attenti. «Sta bene, signora? Ha lo sguardo di chi ha appena visto un fantasma.»
«Sì, certo. Grazie per aver condiviso questa… storia. Ma credo sia ora di andare,» rispose Evelyn, evitando il suo sguardo. Cercò di mascherare il turbamento con un sorriso forzato, poi si alzò, adducendo la scusa della stanchezza.
Una volta fuori, il sollievo della brezza marina non bastò a lenire l’agitazione che le montava dentro.
Perché proprio questa storia? Non può essere reale. L’isola deve esistere. Mia madre non può essersi sbagliata. Non lei.
Il pensiero le martellava la mente mentre camminava a passo incerto, il cuore pesante e confuso. Avvolta in un turbine di dubbi e sconforto, Evelyn cercò un angolo appartato. Con lo sguardo sfuggente e le spalle curve, si assicurò che nessuno potesse vederla, poi si lasciò andare a un pianto disperato. Le lacrime rigavano le guance, strappandole l’ultima briciola di forza.
Tutto ciò in cui aveva creduto, ogni speranza legata al suo dono e alla possibilità di riavvicinarsi a Leyla, sembrava crollare sotto il peso di un’antica leggenda. Il dolore la colpì con la forza di un’onda improvvisa, togliendole il respiro. E in quel momento di totale vulnerabilità, Evelyn capì che avrebbe dovuto lottare più di quanto avesse mai immaginato. Ma non avrebbe rinunciato.
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Il mito sembra più forte della realtà, ma Evelyn non è disposta ad arrendersi.
💬 Cosa pensi stia realmente accadendo? Island of the Moon è solo una leggenda… o qualcosa di più? Scrivilo nei commenti!
🔜 Non perdere il prossimo capitolo: le risposte stanno per emergere dalle profondità del passato.



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