Urban Fantasy & Dystopian Sci-Fi

Banner con la protagonista Leyla, copertine dei libri di Alexandra Kathleen Blade e ambientazioni della saga Edenlost

Giovane donna con sguardo smarrito distesa su un letto in una stanza illuminata dalla luce del mattino, simbolo di solitudine, perdita di memoria e desiderio di verità.

I giorni successivi al risveglio di Leyla furono un’alternanza confusa di piccoli progressi fisici e di un crescente smarrimento mentale. Nonostante ogni sforzo, i ricordi del passato le sfuggivano come ombre evanescenti, dissolvendosi non appena tentava di afferrarli.

Ogni volta che rivolgeva una domanda a Helen, la risposta era sempre la stessa, dolce ma inflessibile: «Ti spiegherò tutto quando sarà il momento giusto. Forzare la memoria potrebbe condurti alla follia.»

Ma Leyla non poteva accontentarsi di quell’ambigua promessa. Cosa avrebbe dovuto aspettarsi? Quanto ancora avrebbe dovuto attendere per avere risposte? Tutto le sembrava così incredibile, e l’impazienza cresceva dentro di lei come un fuoco inestinguibile.

La sua condizione era un enigma insondabile, un puzzle con troppi pezzi mancanti che non riusciva a ricomporre. Per questo, esitava a confidare a Helen i sogni che la visitavano quasi ogni notte. Quei sogni, intensi e ricchi di dettagli, rappresentavano la sua unica ancora di conforto al risveglio. Non sempre riusciva a ricordarli con precisione, ma le figure che li popolavano — sua madre Evelyn e sua nonna — erano impresse nella sua mente con una chiarezza quasi dolorosa, come fossero state incise nel suo cuore da un fuoco invisibile.

«Probabilmente sono solo frutto della mia fantasia,» si sorprendeva a dire con voce flebile che riecheggiava nella stanza silenziosa. «Ma, dato che non ho ricordi reali, voglio credere che almeno questo mi aiuti a ricostruire un passato che altrimenti mi sfugge. Non credo che questa ricerca possa farmi impazzire… almeno, spero di no.»

Nel profondo, Leyla nutriva la speranza che quelle due donne meravigliose, Evelyn e sua nonna, fossero davvero parte della sua vita passata. Desiderava con tutto il cuore che un giorno avrebbe potuto rivederle, riabbracciarle e sentirle vicine ancora una volta.

Da qualche giorno, Leyla aveva iniziato a mangiare da sola. Helen la sistemava con cura sul letto, aiutandola a mantenere una posizione stabile grazie ai cuscini che la sorreggevano, per evitare che cadesse a causa della sua debolezza. Sebbene le gambe fossero ancora paralizzate, riusciva a sollevare faticosamente le braccia e portare il cibo alla bocca. Ogni piccolo gesto era una conquista, un passo verso una normalità che ancora pareva lontana.

Nonostante la confusione mentale causata dagli antidolorifici e la frustrazione per la memoria perduta, Leyla trascorreva le giornate alternando brevi riposi alle cure amorevoli di Helen. Una presenza premurosa, ma avvolta da un alone di mistero che Leyla non riusciva a decifrare.

Aveva scrutato con attenzione ogni angolo della stanza: un monolocale di venticinque metri quadrati, arredato in modo funzionale e su misura. A eccezione del bagno, poteva vedere tutto dall’angolo in cui si trovava. La disposizione degli spazi era stata studiata con cura: un angolo cottura, un ampio tavolo e il letto matrimoniale su cui giaceva, trasformabile all’occorrenza in un comodo divano con pochi semplici movimenti. I tendaggi blu e gli arredi dai colori vivaci creavano un piacevole contrasto con le pareti bianche, donando all’ambiente un’atmosfera calda e accogliente, con un tocco di personalità. Un luogo che avrebbe potuto sembrare familiare e rassicurante, se non fosse stato per il senso di estraneità che la invadeva ogni volta che posava lo sguardo attorno a sé.

Nonostante la calma apparente della stanza, dentro di lei cresceva un senso di oppressione, un’angoscia silenziosa che le serrava il petto e rendeva ogni respiro sempre più faticoso.

Quel mattino Leyla si svegliò a fatica, mentre i primi raggi di sole filtravano nella stanza, spezzando l’incanto dei sogni che l’avevano accompagnata durante la notte. Quelle immagini, un tempo fonte di conforto nei momenti più difficili, ora le sembravano solo un riflesso illusorio, quasi malsano. Passava le giornate immersa in fantasie di un passato condiviso con quelle due figure care, che esistevano soltanto nella sua mente, mentre nella realtà il velo dell’oblio le impediva di ricordare il passato, e il presente le restava oscuro per via dei silenzi e dei misteri che la circondavano.

Un bisogno impellente di verità le ronzava incessante nella testa, come uno sciame agitato senza possibilità di quiete.

«Non so dove sono,» sussurrò Leyla con voce flebile che rimbalzava nella stanza silenziosa. «Chi è Helen? Perché mi sta curando da questa paralisi? E perché ho perso la memoria? Mi sento prigioniera in questa stanza, non ce la faccio più! Ho bisogno di risposte!»

Quel giorno Leyla decise che avrebbe fatto di tutto perché Helen finalmente parlasse. Sapeva di dover agire con cautela, per non compromettere la sua fragile condizione, ma dentro di sé nutriva la speranza di un miracolo. Ogni attimo d’attesa per l’arrivo di Helen le sembrava interminabile.

Quando la donna varcò la soglia, con il solito sorriso che portava una ventata di allegria, l’atmosfera mutò improvvisamente. Appena posò lo sguardo su Leyla, un brivido le percorse la schiena e il sorriso svanì: intuì subito che qualcosa di terribile stava accadendo.

Leyla era irriconoscibile, quasi spettrale: i capelli arruffati, il volto solitamente pallido ora tinto di un inquietante alone bluastro. Gli occhi erano serrati con uno sforzo evidente, la bocca spalancata lasciava intravedere le tonsille. Ma ciò che colpì di più Helen furono le urla strazianti, ben oltre ogni immaginazione, come se una forza oscura si fosse impossessata di lei.

Quando Leyla esaurì l’ultimo respiro, un silenzio gelido calò nella stanza. Le due donne rimasero immobili, con gli occhi spalancati dallo stupore per ciò che avevano appena vissuto. Il tempo sembrava essersi arrestato, e ogni respiro risuonava nella quiete innaturale.

Fu Helen, ancora scossa ma determinata, a rompere per prima il silenzio, con le labbra che tremavano come se ogni parola richiedesse un immenso sforzo.

«Oh, buon Dio, Leyla!» esclamò Helen, visibilmente scossa, portandosi una mano al petto per cercare di calmare il cuore che batteva all’impazzata. «Per poco mi facevi venire un infarto. Perdonami, davvero… Ho aspettato troppo. Capisco quanto tu possa sentirti frustrata, ma ciò che provi ora è solo una piccola parte del dolore che hai vissuto prima. Tu, io, e altri come noi, siamo stati vittime di torture, sia fisiche che mentali. È per questo che Uttermost e il suo esercito cercano di salvare quante più persone possibile.»

Quelle parole, cariche di tensione e rimorso, non fecero che alimentare la rabbia di Leyla. Con voce ferma e lo sguardo acceso, la interruppe: «E allora perché sono ridotta così? Perché non riesco a ricordare nulla?»

Helen cercò di rispondere, anche se l’ansia le stringeva la gola. Le mani tremanti strinsero il grembiule, quasi fosse un’ancora di salvezza.

«Abbiamo subito danni profondi,» spiegò con voce tesa, «e se ci fossero rimasti addosso quei ricordi orribili, non saremmo più in grado di vivere. Per questo abbiamo ricevuto un trattamento chirurgico che ha cancellato il passato.»

Leyla restò in silenzio solo un istante, poi incalzò, sempre più confusa e ferita: «E allora perché non me lo hai detto prima? Te l’ho chiesto mille volte. Invece di darmi risposte, hai continuato a tenermi all’oscuro.»

Helen le rivolse uno sguardo implorante, cercando le parole con cura. Si avvicinò al letto, gli occhi colmi di preoccupazione sincera.

«Ti ricordi quando ti dissi che forzare i ricordi può portare alla follia? Quando il cervello viene ‘resettato’, ha bisogno di tempo per adattarsi. Le informazioni devono arrivare gradualmente, come gocce d’acqua in un terreno secco. Lo so che è difficile, ma col tempo capirai quanto sei stata fortunata ad arrivare fin qui. Essendo la più anziana, ho il compito di aiutare i nuovi arrivati. Ti prego, lascia che faccia il mio lavoro con calma. Non aver fretta, potrebbe essere pericoloso e causarti danni irreparabili.»

Le sue parole si confusero con le lacrime che le rigavano il viso. Nella stanza calò un silenzio denso, carico di emozione.

La rabbia in Leyla, poco a poco, si sciolse. Qualcosa dentro di lei si allentò. Con un gesto incerto ma colmo di calore, sollevò le braccia nei limiti della sua forza, invitando Helen in un abbraccio. L’altra accolse quel gesto con sollievo e dolcezza. In quel contatto silenzioso, fragile ma autentico, si creò il primo vero ponte tra loro.

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