Una lama di luce le attraversò le palpebre socchiuse. Leyla emise un gemito appena udibile, più istinto che volontà.
Il risveglio non fu un ritorno: fu uno strappo.
La coscienza riaffiorava a fatica, come risalendo da una profondità senza fondo. La testa le pulsava, il dolore era sordo ma insistente. Il corpo… assente. Immobile. Come svanito.
Provò a muoversi, a sollevare un dito, ma non ci fu risposta. Nessun segnale. Solo il vuoto.
Tutto ciò che le restava era la mente, ancora confusa, ovattata. A essa si aggrappò con ogni briciola di volontà, mentre i pensieri, inizialmente indistinti, presero forma come un fiume in piena.
Risveglio in un mondo sconosciuto
Dove mi trovo? Cosa mi è successo? Perché non riesco a muovermi? Chi sono?
Una donna apparve sulla soglia, attirata da un silenzio innaturale. La vide lì, distesa nel letto, immobile con gli occhi spalancati che la fissavano smarriti.
Helen, una donna sulla sessantina, con un’energia che sfidava il tempo, entrò nella stanza. I capelli bianchi le cadevano sulle spalle, legati solo da una fascia. Il viso, segnato dagli anni, conservava un’intensità luminosa. Indossava una tuta di jeans, una maglietta e scarpe di tela: un aspetto ordinario, ma in lei c’era qualcosa che catturava, una presenza che sembrava riempire lo spazio.

“Ma che bella sorpresa!” esclamò con una voce calda. “Buongiorno, cara ragazza. Benvenuta tra noi.”
Leyla aggrottò le sopracciglia. Le parole le giungevano distorte, quasi irreali. Sembravano provenire da un sogno lontano. “Non preoccuparti, tesoro,” proseguì Helen, avvicinandosi piano. “Capisco quanto tu possa sentirti spaesata. Ma vedrai, tutto si chiarirà. Sarà l’inizio di qualcosa di nuovo.”
Leyla non rispondeva. Quelle frasi scivolavano via, come acqua tra le dita. Eppure, continuava a fissare la donna. Cercava un senso, un punto fermo. Come se Helen potesse offrirle una spiegazione che non arrivava.
“Mi chiamo Helen,” disse infine, con un sorriso gentile. “Ma se vuoi, puoi chiamarmi mamma. Qui a Edenlost, alcuni lo fanno.”
Leyla non reagiva. Gli occhi erano fermi, carichi di domande che lei stessa non riusciva a formulare.
Helen si sedette accanto a lei, mantenendo un tono morbido. “Come ti senti? Riesci a parlare? Mi capisci? Ricordi il tuo nome?”
Nessuna risposta. Leyla non era certa nemmeno di comprendere cosa le stesse chiedendo. Ogni pensiero si perdeva in un labirinto.
Helen si chinò per guardarla meglio. Bastò uno sguardo per cogliere la gravità della situazione. Nessun movimento. Nessuna reazione.
“Non preoccuparti,” sussurrò, mascherando l’apprensione. “All’inizio è normale. Il corpo e la mente hanno bisogno di tempo. Non devi forzare nulla. Fidati. Siamo qui per aiutarti.”
Parole leggere, pronunciate con dolcezza. Ma Leyla non riusciva ad afferrarle. Erano suoni, niente di più.
Helen si chinò e le sfiorò la fronte con un bacio, poi uscì con la promessa di tornare con qualcosa da bere.
Quel gesto avrebbe dovuto consolarla. Invece, un senso di vuoto si aprì in Leyla. Appena la porta si chiuse, il panico si fece spazio.
Chi è quella donna? Perché mi parla così? Perché non ricordo nulla? Chi sono?
Provò a parlare. Solo silenzio. Le parole restavano lontane, sepolte.
Sprofondò dentro di sé, rifugiandosi nell’unica immagine che tornava con chiarezza: un sogno vivido.
Una donna anziana — sua nonna, forse — la spingeva piano su un’altalena, sotto un cielo limpido. Di fronte a lei, una figura angelica si avvicinava. Non parlava, ma la sua voce risuonava nella mente: limpida, profonda. Come quella di sua madre.
Ovunque tu sarai, noi ci saremo. Esplora la tua mente e libera il dono che è in te! Svegliati, Leyla! Torna da noi
Quelle parole continuavano a echeggiarle dentro. Ma non trovavano significato.
Il cigolio della porta la riportò al presente. Helen era tornata, con un bicchiere tra le mani e lo stesso sorriso sulle labbra. “Eccomi. Vedrai, da adesso sarà tutto più semplice. Un passo alla volta, ce la faremo.”
Si sedette di nuovo accanto a lei.
“Per iniziare, dobbiamo pensare a un nome. Non preoccuparti, nessuno qui lo ricorda all’inizio. Lo sceglierai tu. Quando sentirai che uno ti appartiene, sarà tuo. Nel frattempo… ti chiamerò ‘mia cara’.”
Leyla aprì appena le labbra. La voce era flebile, ma chia-ra. “Leyla.”
Verso una nuova identità
Quel nome si era imposto senza preavviso. Era lì, saldo, come un’ancora. Non sapeva da dove venisse. Ma era suo.
Helen si illuminò. Si portò le mani al petto, commossa.
“Leyla. È perfetto. Da oggi, questo sarà il tuo nome.”
Le baciò la fronte con affetto. Ma quel contatto accese qualcosa. Non tenerezza, non sollievo.
Una fitta indefinita, un’inquietudine sottile. Come se, dietro quel gesto, si nascondesse qualcosa che Leyla non riusciva ancora a vedere.
◈◇◈◇◈◇◈◇ Leyla ◇◈◇◈◇◈◇◈
🧩 Chi è davvero Helen? E cos’è Edenlost?
Scrivi la tua teoria nei commenti. Le migliori verranno citate nel prossimo episodio!



Rispondi